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		<title>viaggio_dell_eroe</title>
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			<title>Servono ancora eroi?</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Servono ancora eroi?</strong><br />L’eroe viene spesso inteso come un semidio: Ercole, Teseo, Achille ... E ancora oggi c’è un intero capitolo di filmologia dedicato ai super eroi, con capacità straordinarie, capaci di imprese impossibili ai più. Ma davvero sono questi gli eroi che cerchiamo, o che più ci servono?
Eppure accanto a questo tipo di eroe si è sviluppata un’altra immagine, parallela eppure quasi preponderante: quella dell’uomo comune, non superdotato e spesso meno dotato di chi lo circonda, che pure compie imprese notevoli.
Questo eroe, descritto da Campbell come l’eroe che compie un viaggio, si trova nelle favole, in Harry Potter, in Forrest Gump. Se il primo è l’eroe a cui affidarci, quello capace di salvarci senza che noi facciamo alcunché tranne ammirarlo, il secondo è l’eroe che ispira, colui che insegna ad affrontare le difficoltà, a non arrendersi, a migliorare noi stessi. È l’eroe che ci fa, talvolta, vergognare: se lui è riuscito, come posso io tirarmi indietro per le mie infinite paure di fallire?
E se l’eroe semidio dopo ogni impresa si gode il trionfo e cerca disperatamente una nuova impresa e nuovi applausi, l’eroe quotidiano alla fine torna a casa, si gode il silenzio e la pace, consapevole che forse dovrà ripartire, ma preferisce non pensarci. A guardar bene l’eroe quotidiano non ha nulla di eroico.
Campbell, studiando i miti, descrisse il viaggio dell’eroe, il percorso che l’eroe compie in ogni mito, favola, racconto. Sono poi stati descritti gli archetipi del viaggio dell’eroe, e numerosi libri, molti dei quali affascinanti, per descrivere i passaggi e le trasformazioni.
Poco importa, in realtà, quale percorso archetipico consideriamo valido o decidiamo di studiare: il viaggio dell’eroe descrive comunque sia la nostra vita sia ogni singola esperienza importante. Perché si è finalmente diffusa l’idea, che troviamo nei miti, nella PNL, nei testi di Otto Scharmer e che, in fondo, è bello condividere: non è l’esperienza ciò che conta, ma quello che sappiamo trarre da essa.
Ed è quasi eroico come questo pensiero sia diventato così capillarmente diffuso e condiviso in un mondo che sempre più si costruisce supereroi temporanei e molto acclamati.
E, per tornare alla domanda iniziale, c’è assolutamente e sempre bisogno di eroi quotidiani, eroi capaci di ispirare e, forse, c’è bisogno che ognuno di noi sappia riconoscere e percorrere il proprio viaggio.]]></description>
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			<title>Il viaggio dellâ&amp;euro;™eroe â&amp;euro;&amp;ldquo; da Campbell a oggi</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Il viaggio dell’eroe – da Campbell a oggi</strong><br />Siete sempre felici? Io no. Per questo, oltre ad avere imparato che dalla sofferenza può nascere qualcosa di buono e che solo chi sa soffrire sa, poi, essere felice davvero, mi sono creata una collezione di elementi che hanno funzione energetica o consolatoria, a seconda del bisogno. 
Tra questi ci sono musiche, canzonette, libri, ricordi ed emozioni. E poi, nei momenti più difficili, c’è una sicurezza a cui appellarmi. No, non è Dio. Credo in Dio, o almeno in qualcosa che io chiamo Dio, credo nella spiritualità, ma ciò che gli uomini hanno trasformato in religione … mi lascia piuttosto perplessa.
Ciò che mi consola è rappresentato da alcuni aspetti dell’umanità e dell’essere umano che perdurano, immutati, da migliaia di anni. Di questo grande capitolo fanno parte alcuni scritti, come quelli di Solone o alcune poesie, i grandi libri dell’umanità come l’I Ching o la Kabbalah e il viaggio dell’eroe.
Se il merito di averlo “svelato” spetta a Campbell, con la spinta di Jung, è pur vero che il viaggio dell’eroe è elemento essenziale dei miti di cui siamo intrisi, di libri, favole e racconti. Sì, il viaggio dell’eroe è parte di noi, da Gilgamesh a Harry Potter.
Ed è uno strumento eccezionale di apprendimento, miglioramento, crescita. Oggi lo studiano i ragazzi che fanno i programmatori di computer game, inclusi quegli otaku che, persi nella loro tecnologia, si negano la possibilità di sperimentarlo nella vita reale.
Moltissimo è stato scritto, studiato, sul viaggio dell’eroe e sui suoi archetipi. Si trovano diverse descrizioni, un numero di archetipi variabile, molti esercizi e corsi: in un certo senso ne sono state descritte molte versioni.
Possiamo tornare ai libri di Campbell per trovarne la descrizione “originale”, ma credo che importi poco.
Andando al nocciolo del viaggio dell’eroe io, ma ovviamente è un parere personale, trovo affascinanti alcuni elementi:
l’apprendimento dalle esperienze, soprattutto da quelle che sembrano negative ma, in realtà sono solo faticose
la possibilità dell’essere umano di mutare, conquistare, essere sfaccettato, guardare da diverse prospettive
la concezione del tempo, del mondo, e dell’apprendimento come un viaggio, come un cerchio o, meglio, una spirale. Come ha scritto Antoine de Saint-Exupéry: Ci sarà sempre un&#039;altra opportunità, un&#039;altra amicizia, un altro amore, una nuova forza. Per ogni fine c&#039;è un nuovo inizio.
Dal viaggio dell’eroe possiamo imparare ad essere migliori di noi stessi giorno per giorno, possiamo apprendere la resilienza e l’eccellenza, la padronanza personale e l’abbandono di fardelli inutili come le abitudini e i pregiudizi, possiamo conquistare la capacità di guardare il mondo con occhi nuovi e recuperare la visione olistica del bambino.
E, infine, credo sia doveroso che io stessa chiuda il cerchio avviato all’inizio di questo articolo: nei secoli abbiamo, noi esseri umani, cambiato l’ambiente circostante, variato il nostro modo di vivere, seguito mode, inventato religioni e schemi di società, siamo diventati man mano liberi od oppressi, partecipi o vittime, padroni o schiavi, ma in fondo alle nostre anime siamo sempre, costantemente, umani. E, spero, questo ci salverà.]]></description>
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			<title>L'anima 73414</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/l_anima_73414_2429981.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>L&#039;anima 73414</strong><br />L’anima 73414
Un giorno San Pietro chiamò l’anima 73414 e disse: Devi rinascere!
L’anima lo guardò un po’ stranita Non è tanto che sono tornata qui. Perché devo già rinascere?
San Pietro rispose: Hai ragione. Mi sono espresso male. Tu hai già fatto grandi cose l’ultima volta, quindi vogliamo darti un’opportunità. C’è la possibilità di una bella sfida.
L’anima si mise a riflettere.
Potrei anche accettare, ma dovresti dirmi cosa mi aspetta. O, per lo meno, che lezione posso imparare.
Non so darti torto – rispose San Pietro. – Io adesso ti racconto. Però le regole le conosci: appena rinasci ti dimenticherai ciò che ti dico, e per quello che ricorderai non verrai creduta.
Tu che hai un senso del dovere così sviluppato, imparerai che vale meno dell’amore per te stessa. Tu che sei così impegnata ad aiutare, imparerai il valore dell’egoismo. Imparerai a chiedere aiuto. Avrai per padre un uomo favoloso, la cui famiglia trascina un debito karmico che la tua generazione dovrà saldare. Imparerai il valore della maternità universale non avendo né madre, né figli. Tu che hai saputo sacrificare la tua vita per gli altri, ora vivrai il dolore della morte altrui e saprai vedere il collegamento tra i due mondi.  Tu che sei felice, dovrai passare attraverso l’infelicità.
L’anima 73414 ascoltava e pensava. Pensava e ascoltava.
San Pietro smise di parlare, e l’anima rimaneva impassibile: non sapeva decidere.
Persino San Pietro vedeva che la sua indecisione era sincera. Così aggiunse il carico da 90 sulla bilancia, sicuro che sarebbe stato decisivo e che l’anima avrebbe accettato.  Doveva accettare! Quell’incarico era già stato rifiutato da ben 37 anime, e il tempo stringeva.
Finalmente San Pietro parlò:
OK! Scegli alcuni doni. Quali doni vuoi per accettare?
L’anima 73414 rimase ancora in silenzio.
San Pietro si stava incazzando.
Dì qualcosa!
Se mi offri dei doni di mia scelta, c’è la fregatura!
Non proprio. Tu scegli i doni, ma io decido dove e quando potrai usarli. D’accordo?
Sì. Se devo crescere senza la protezione di una mamma, voglio come dono l’empatia.
Aggiudicato. Ma dovrai imparare da sola a non farti sommergere dai guai altrui, a non farti travolgere, a schermarti.
Affare fatto. Se la mia vita sarà così difficili, voglio tanti amici veri. Non mi importa dei conoscenti: a quelli rinuncio volentieri. Voglio degli amici.
Concesso, ma alcuni di loro moriranno giova, e tu sarai devastata dalla loro morte.
L’anima rimase basita. Era tentata di dire a San Pietro qualcosa di laico, tipo vaffanculo!
Aveva le parole sulla punta della lingua. E poi, improvvisamente, si fermò.
E capì.
Il tempo è una variabile fugace. Meglio soffrire per aver perso una persona amata, che non dare e ricevere amore.
Così disse: OK!
E aggiunse
E poi voglio alcune frecce al mio arco: la curiosità, la tenacia e la fantasia.
A qual punto San Pietro aveva davvero fretta, così accettò tutte le richieste e disse VAI! Affare fatto!
E così la mia vita cominciò.]]></description>
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			<title>Eroi ed eroine</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/eroi_ed_eroine_2452310.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Eroi ed eroine</strong><br />Facciamo riferimento al Viaggio dell’eroe nella sua forma più semplice: arriva il drago, l’eroe lo riconosce, varca la soglia, passa attraverso l’archetipo dell’innocente, dell’orfano, poi il martire, poi il viandante, il guerriero, il mago. Infine il drago viene trasformato in risorsa, e l’eroe torna a casa.
Facile a dirsi, sembra un percorso breve, semplice, eppure ci sono draghi che non riconosciamo nemmeno come tali, o percorsi che durano una vita intera, e altri che si bloccano e non riusciamo ad andare avanti.
Il viaggio dell’eroe non fa distinzione tra maschi e femmine, viene percorso indipendentemente dal genere, dall’età, dall’educazione ricevuta. È universale, vale per tutti.
È un percorso di trasformazione e di crescita interiore. Ma se è così, ed è così, dovrebbe smuovere sia energie maschili che energie femminili e, forse, talvolta rimaniamo bloccati proprio perché non riusciamo a smuovere alcune energie necessarie.
Vediamo dunque, brevemente, le energie in gioco, tenendo presente che in un percorso così importante e complesso o, per meglio dire, azzardiamo delle ipotesi su cui riflettere.
Il primo passaggio è riconoscere il drago, senza lasciarsi confondere da convinzioni limitanti o modelli mentali. Riconoscere il drago giusto, quello vero, è davvero fondamentale. Ci vogliono analisi e sintesi, introspezione, comprensione del mondo e di se stessi. Inutile arrabattarsi troppo: per identificare il drago entrano in gioco sia energie maschili che femminili.
Poi bisogna, assolutamente, varcare la soglia. Questo richiede coraggio, e indubbiamente esiste una forma di coraggio maschile ed una femminile, e secondo me è davvero difficile metterle in gioco entrambe quasi contemporaneamente, e forse è per questo che è così difficile cominciare il viaggio!
L’innocente ha molte caratteristiche femminili: fragile, vulnerabile, passivo. Il passaggio da innocente a orfano richiede, per contrasto, forze maschili. Eppure … se guardiamo l’altra faccia della medaglia ci rendiamo conto che solitamente è l’elemento femminile quello che abbandona il luogo della protezione e dell’innocenza e sono molti i miti che raccontano del sacrificio di una vergine e, archetipicamente, l’innocente è associato a Giove e al Sagittario, entrambe considerati maschili.
L’orfano è l’abbandono allo stato puro. Annichilito dal dolore. È stato buttato fuori dal giardino dell’Eden e deve assumersi la responsabilità di se stesso e della sua vita. Saper gestire il momento dell’orfano richiede energie maschili, ma, paradossalmente, l’eccesso di maschile potrebbe portarlo a rimaner bloccato nel ruolo, privilegiando ad esempio il possesso di beni materiali alla gestione del sé, all’autonomia, alla padronanza personale. Per andare oltre deve accettare la sofferenza, la compassione: infatti compie il passaggio verso il martire solo quando conosce l’auto commiserazione. 
Il martire è il tradimento, il lamento, la vittima impotente, ma una vittima che chiede aiuto. In fondo il martire è femminile, passivo, e deve reagire, quindi acquisire forze maschili, e diventare viandante.
Il viandante è la ricerca, di armi e di forza, ma anche la curiosità, l’accettazione del nuovo, l’instabilità. Dunque, una figura parimenti ricca di elementi femminili e maschili. Si tratta di equilibrio? No, è più equilibrismo. Il viandante è nel territorio dell’inesplorato, più di altre figure, e deve saper accedere a tutte le risorse per sopravvivere.
Ma il viaggio è sfiancante, il maschile ha il sopravvento per passare a guerriero o, forse, se la fase successiva è una prevalenza di maschile o di femminile dipende dalle armi che sceglie per combattere.
Così il guerriero non conosce equilibri, ma solo battaglie. Però la sua trasformazione in mago richiede, ancora una volta, l’acquisizione di energie trascurate. Mago o strega, il nuovo archetipo che si sviluppa deve ritrovare il suo mix di energie per poter andare oltre, trasformare ogni sofferenza in forza, e se stesso in innocente, e il cerchio è compiuto.
Ed ecco la risposta alla mia domanda iniziale: per percorrere la via ci vogliono sia energie femminili che maschili e se talvolta, almeno apparentemente, l’una o l’altra sembrano prevalere è solo l’accesso ad entrambe che permette il viaggio.]]></description>
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			<title>La gestione delle esperienze: il percorso</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/la_gestione_delle_esperienze_il_percorso_2447495.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La gestione delle esperienze: il percorso</strong><br />Uno dei concetti più importanti da mettere in pratica per acquisire benessere e serenità è il seguente:
Ciò che conta non è l’esperienza in sé, ma cosa ce ne facciamo, cosa ne sappiamo trarre.
Ovviamente ciò vale in particolare per i momenti di crisi, per le esperienze difficili e dolorose. Alcuni studiosi hanno quindi elaborato un modello (denominato tracking transition) per individuare i diversi passaggi della gestione e metabolizzazione di un’esperienza.
In termini tecnici, gestire un’esperienza significa fare il passaggio dal fatto in sé alla trasformazione dell’esperienza in risorsa. In pratica significa riconoscere che quell’esperienza ci ha reso persone migliori, più consapevoli, compassionevoli, empatiche, proattive, …
È un vero viaggio, spesso lungo, mai facile.
Il modello di gestione dell’esperienza è basato su archetipi
Il fatto in sé, l’esperienza, viene identificata con il drago, simbolo di paura e devastazione, ma anche simbolo di forza, potenza. Il drago è presente in tutte le culture, talvolta con aspetti pesantemente negativi, altre volte con importanti aspetti positivi, spesso con entrambe le sfaccettature.
Il nostro viaggio inizia dunque con l’arrivo del drago, e il viaggio in sé è costituito dalle reazioni che abbiamo a quello specifico drago, rappresentate da archetipi.
Ogni archetipo ha luci e ombre, e soprattutto insegnamenti, e porta con sé una specifica reazione all’esperienza. Il passaggio da un archetipo all’altro avviene quando è stata appreso l’insegnamento specifico: le ombre sono state trasformate in luce.
Noi possiamo riconoscere il passaggio da un archetipo al successivo in base a specifici fatti o reazioni, ma sostanzialmente questi passaggi scattano quando si acquisisce la piena consapevolezza dell’archetipo in cui ci si trova, e si è quindi liberi di passare al successivo.
All’inizio il nostro ruolo è quello dell’innocente.
L’innocente non conosce l’esistenza del drago. Potrebbe anche non riconoscerlo. Potrebbe averne una percezione confusa. L’innocente è nella beata incoscienza, almeno verso quello specifico drago.
Quando, e se, l’innocente riconosce il drago, entra nella fase di orfano.
L’orfano è totalmente travolto dall’esperienza, non ha appigli, non ha riparo. Sembra che sia cambiato tutto il mondo, ma in realtà è completamente cambiata la sua percezione del mondo. Tutto perde di significato, e c’è solo solitudine e abbandono.
Ed è invitabile che dalla devastazione totale si passi auto commiserazione, entrando nella fase del martire.
Il martire non riesce a capire il perché del drago, dell’angoscia, della devastazione.
La sua domanda assillante è “Perché proprio a me?”. Ma proprio perché si sente perseguitato, sente anche il bisogno di uscire dalla totale solitudine e abbandono in cui giaceva l’orfano. Il martire cerca il conforto degli altri, la loro compassione. 
Fino al momento in cui decide di reagire, e si allontana dal luogo di dolore, diventando un viandante.
Il viandante abbandona il luogo di sofferenza e vaga alla ricerca delle armi per combattere il drago: vuole chiaramente ucciderlo. Il viandante è decisamente arrabbiato, pieno di rabbia verso il mondo che ha lasciato, verso il drago, e durante il suo cammino cerca, e trova, armi adeguate alla sua guerra, fino a diventare guerriero.
Il guerriero ha raccolto armi materiali e forza morale adeguate ad uccidere il drago. Si è rinforzato, si è corazzato, ed è pronto per la riscossa. Vuole combattere quel preciso nemico, quel preciso drago, in cui riconosce pienamente il responsabile delle sue sofferenze passate.
Tuttavia questa forza comporta anche consapevolezza, e quando è giunto il momento della battaglia il guerriero è ormai diventato un mago.
E il mago non ha più bisogno di combattere, perché sa trasformare invece di uccidere. E quando la consapevolezza della trasformazione del drago in risorsa è compiuta, quando il mago ha saputo trasformare ogni sofferenza in forza, il mago può trasformare anche se stesso nell’innocente, e il cerchio è compiuto.
Ho descritto, seppure brevemente, i passaggi soffermandomi sulle sensazioni e sulle sofferenze dei diversi archetipi. Ma è essenziale segnalare anche le specifiche forze (le luci) contenute in ciascuno di essi.

Lo choc obbliga l’innocente a rivedere il proprio mondo, ampliandolo per includervi la presenza del drago, diventando orfano.
Il dolore porta l’orfano a stravolgere la sua mappa del mondo e da questo trae la forza per andare avanti.
Il martire sente tutto il peso della solitudine dell’orfano, e da questa trae il coraggio di cercare gli altri per farsi consolare.
Il viandante porta sulle spalle il peso del dolore dell’innocente e del martire, e da questi trova il coraggio per partire per la sua missione di ricerca: trasforma la sofferenza in sfida.
Il guerriero trasforma la rabbia del viandante, e le sue esperienze vissute durante il viaggio, in armi e corazza.
Il mago, a sua volta, trasforma le armi del guerriero in formule magiche, affinché tutto sia conservato, ma tutto sia mutevole.

Questo è anche il percorso che elabora una malattia, soprattutto se è grave o cronica, o un lutto. E persino il percorso della vita, per giungere alla consapevolezza di sé, può essere letto seguendo gli archetipi illustrati. ]]></description>
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			<title>Lasciare andare durante il viaggio</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/lasciare_andare_durante_il_viaggio_2801461.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Lasciare andare durante il viaggio</strong><br />Come vi ho già raccontato in diversi articoli, le abitudini ci portano ad essere bloccati nel percorso e, man mano che passano gli anni, finiamo per approcciare tutto con le caratteristiche di uno degli archetipi, quello che ci è più congeniale o quello che in una delle prime situazioni importanti ha funzionato meglio o ci è stato più utile.
Peccato che non concludere il viaggio, per poi ripartire, ci porti a non elaborare fino in fondo l’esperienza e a sprecare un mucchio di energie.
La frase che mi mette più tristezza in assoluto, e che sento ripetere spesso, è “non avevo scelta”.
In realtà dovrebbe essere non vedevo alcuna scelta o non avevo scelta perché non volevo variare alcuna delle mie abitudini di pensiero e comportamento.
Chi si è bloccato in un archetipo non vuole avere scelta, perché per vedere delle opzioni dovrebbe lasciar andare …
Ogni passaggio da un archetipo all’altro implica un rischio, uno squilibro, comporta il lasciar andare alcune caratteristiche. Per acquisirne altre, certo, ma non si può raccogliere nulla se abbiamo le mani occupate a trattenere qualcosa che ormai è inutile.
Credetemi, lo so bene: lasciar andare è difficile, eppure è l’unico modo per vedere, inventare e conquistare il nuovo noi stessi, più consapevole e interiormente più ricco.]]></description>
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			<title>Il viaggio, la malattia e i tre cervelli 2° parte</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/il_viaggio_la_malattia_e_i_tre_cervelli_2_parte_2722875.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il viaggio, la malattia e i tre cervelli 2° parte</strong><br />Nell’articolo precedente, Il viaggio, la malattia e i tre cervelli, ci eravamo lasciati con una domanda: Come possiamo utilizzare i tre cervelli per aiutarci nel passaggio da un archetipo all’altro e, in definitiva, a compiere i nostro viaggio?
Oggi provo a dare una risposta, o almeno alcuni frammenti di risposta. Il viaggio dell’eroe, in particolare quando riguarda una situazione complessa come una malattia grave, richiede numerosi passaggi e molte elaborazioni: per affrontare l’argomento in maniera organica servirebbe un libro più che una serie di articoli. Se, tuttavia, siete appassionati come me dell’argomento, anche solo i pochi spunti di riflessione che trovate qui possono essere un aiuto.
Come in altre occasioni mi affido ad una forma semplificata del viaggio dell’eroe che comprende gli archetipi dell’innocente, dell’orfano, del martire, del viandante, del guerriero e del mago: su di loro potete leggere alcuni articoli in questa pagina e, prossimamente, vedremo anche più in dettaglio le caratteristiche di questi archetipi in relazione alla malattia. Un passo alla volta … perché, come dice Lao Tse, un viaggio di mille miglia comincia sempre con il primo passo.  
Arriva quindi il drago, la diagnosi, e siamo innocenti. L’innocente è sereno, felice, fiducioso, sicuro che ad un certo punto tutto tornerà come prima, a quella che considera normalità. Non affronta la malattia: la nega e la disconosce.
Se non esce dal ruolo, l’innocente non compirà mai il suo viaggio.
Per me è stata illuminante una frase di Albus Silente in Harry Potter e il calice di fuoco. Deve capire: capire è il primo passo per accettare, e solo accettando si può guarire.
È la testa che induce il passaggio da innocente a orfano. Ed è incoraggiando, rinforzando, il cervello della testa che possiamo facilitare la trasformazione.
L’orfano è solitudine, sofferenza, è colui che è tradito e privo di ogni forma di possibile protezione, è annichilito, si attende solo una solitaria agonia.
Solo il cuore, inteso come compassione per se stesso, può smuoverlo. Per il passaggio da orfano a martire bisogna quindi dare spazio al cuore, aprire al mondo, alla pietà, anche se solo per se stessi.
Il martire si sente l’unico a soffrire, ma chiede aiuto e si chiede perché. Certo, è spesso lamentoso, talvolta si piange addosso, ma è reattivo.
Ora gli serve la pancia per trovare il coraggio di andare avanti, l’affermazione di sé per recuperare le risorse necessarie al passaggio da martire a viandante.
Il viandante accetta di uscire da quella che viene chiamata zona di confort, anche se spesso è tutt’altro che confortevole. Inizia la ricerca, interiore o verso il mondo esterno, di soluzioni, armi, risorse. Le cerca e le accumula, non per usarle davvero, ora.
È facile rimanere bloccati nell’archetipo del viandante: si ha la sensazione di far davvero molto, tutto il possibile e ancora di più, ma bisogna andare avanti, decidere di affrontare il drago, diventare guerriero.
Ho molti dubbi su quale dei tre cervelli, testa, cuore o pancia, possa indurre il cambiamento da viandante a guerriero. Per quanto il guerriero debba essere coraggioso, se si lascia guidare solo dal coraggio e dall’affermazione di sé, elementi fondamentali per il viandante, non effettua il cambiamento.
E difficilmente il cuore, l’amore per il mondo, la compassione, può generare un guerriero. Dunque è la testa, con l’intuizione che serve una strategia per usare tutte le armi raccolte come viandante, che genera il passaggio, è la visione della realtà che induce il cambiamento.
Il guerriero è forte, pronto a combattere.
È solo quando, e se, il guerriero accetta le proprie debolezze che può progredire e diventare mago, colui che davvero affronta il drago e può trasformarlo.
Io credo che serva la pancia per passare da guerriero a mago perché ancora una volta si tratta di coraggio, coraggio per uscire da una situazione tutto sommato confortevole come quella del combattivo guerriero e coraggio e consapevolezza di sé per riconoscere e accettare le proprie debolezze.
Ed eccoci maghi, potenti, capaci di mutare il piombo in oro, di avocare a sé le energie dell’universo intero, persino di trasformare il drago in risorsa.
Ma la storia, il viaggio, non è concluso finché il mago non riesce a tornare innocente, solo che ora sarà un innocente consapevole. Come fare? Cosa serve al mago per andare oltre la sua piena potenza?
Al mago manca la modestia, la compassione: la potenza l’ha reso orgoglioso e dalla potenza all’idea di onnipotenza il passo è breve.
Gli serve il cuore per andare oltre, tornare innocente, e cercare l’armonia tra i tre cervelli.]]></description>
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			<title>Quando il viaggio comincia con la diagnosi</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/quando_il_viaggio_comincia_con_la_diagnosi_2655037.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Quando il viaggio comincia con la diagnosi</strong><br />C’è un viaggio dell’eroe che è davvero speciale. Non perché abbia caratteristiche o tappe diverse da altri viaggi, ma perché il momento dell’inizio è ben definito, possiamo facilmente riconoscerlo, mentre in altre situazioni può essere più sfumato.
Si tratta di quel viaggio che ha inizio nel preciso momento in cui il medico comunica una diagnosi di malattia grave.
È un viaggio che potrebbe concludersi con la morte, ed è qualcosa con cui la cultura occidentale non viene a patti facilmente, è un viaggio complesso, ma ogni viaggio dell’eroe lo è, e molti testimoniano che è un viaggio che spesso porta a cambiare totalmente la visione del mondo.
Oggi, tanto per citare una sola delle patologie coinvolte, le diagnosi di tumore sono frequenti e numerose. La sopravvivenza a cinque anni è decisamente buona, con variazioni a seconda del tipo di tumore, eppure nella coscienza collettiva abbiamo ancora residui di quando la sola diagnosi era una condanna: forse sarà più facile per le generazioni future.
Il malato deve affrontare il suo viaggio dell’eroe, con riconoscimento del drago, e affrontare tutti i passaggi, come avremo modo di vedere in seguito.
Tuttavia una delle peculiarità del viaggio dell’eroe che inizia con la diagnosi è che anche le persone più vicine, amici e familiari, iniziano un loro viaggio dell’eroe nello stesso momento, con punti di vista e prospettive diverse a seconda delle esperienze e della relazione col malato.
I viaggi si intrecciano, e i viaggiatori possono alleviarsi o complicarsi la strada.
Molti di questi viaggi sono percorsi, ogni giorno, con risultati sorprendenti: infatti non è raro che il malato affermi di aver trovato, proprio grazie all’esperienza, nuova felicità di vita.
E sempre più si sviluppano percorsi e strategie di supporto, forme di coaching e counselling dedicate alla salute: quasi tutte queste modalità fanno riferimento anche al viaggio dell’eroe.
Ciò che mi auspico, e a cui desidero partecipare e prestare il mio supporto, è proprio l’unione e la sinergia tra le moderne competenze mediche e l’eterna saggezza, a partire dal viaggio dell’eroe. Alla prossima puntata!]]></description>
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			<title>L'I Ching e la gestione delle esperienze: il drago</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/l_i_ching_e_la_gestione_delle_esperienze_il_drago_2533704.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>L&#039;I Ching e la gestione delle esperienze: il drago</strong><br />L’intera pagina è dedicata al viaggio dell’eroe, alla gestione delle esperienze. Vediamo ora come l’I Ching, in qualità di coach, può essere di aiuto nelle diverse fasi.
La gestione delle esperienze è utile sia nel caso specifico, quando effettivamente la vita ci ha messo davanti ad una prova, sia in senso più ampio, quando abbiamo difficoltà, quando un aspetto della nostra vita non ci soddisfa pienamente.
Il passaggio di identificare il drago “giusto” è essenziale per non disperdere energie, per non nascondere a noi stessi i veri problemi.
E già qui l’I Ching può dare un contributo prezioso.
Basta chiedere: qual è il mio drago?
O, meglio ancora, relativamente a quel settore della mia vita, o a quel problema, qual è il mio drago?
Io l’ho fatto.
Il settore che non mi soddisfa pienamente è il lavoro, ma non mi sento di avere particolari draghi. È più un’insoddisfazione diffusa.
La risposta dell’I Ching?
56, il viandante, con una marea di linee mobili.
In genere se le linee mobili sono più di tre, la domanda è mal posta o le variabili sono talmente tante che probabilmente è opportuno riflettere e identificare meglio il problema.
Nel mio caso è vero: dovrei identificare con più chiarezza quale parte del mio lavoro non è pienamente soddisfacente. Ma anche così la risposta dell’I Ching è illuminante.
6 all&#039;Inizio: Se il viandante s’immischia in piccinerie, così si attira disgrazia.
C’è un problema di ambiente: troppo spesso mi disperdo in piccole cose (ed è vero!)
9 al Quarto Posto: Il viandante riposa dove ha trovato alloggio. Egli ottiene il suo possesso e un’ascia. Il mio cuore non è lieto.
C’è un problema di convinzioni: ci si accontenta di poco, ma si rimane insoddisfatti (è vero: ho un problema di scarsa autostima, che mi porto dietro da troppo tempo)
6 al Quinto Posto:  Egli abbatte un fagiano; cade con la prima freccia. Alla fine ne risulta lode e impiego.
La situazione a livello di identità è comunque positiva: c’è sufficiente forza interiore e lavoro da ottenere riconoscimenti e risultati
9 Sopra: All’uccello brucia il nido. Il viandante prima ride, poi deve gemere e piangere. Egli perde la vacca per leggerezza. Sciagura!
Tuttavia c’è carenza di visione a lungo termine. Troppi progetti partiti bene vengono poi abbandonati.
E ricordo che, complessivamente, la risposta “il viandante” indica sia trasferimenti che difficoltà ad essere costanti.
Il segno di passaggio, dopo trasformazione delle linee mobili, è il 63: dopo il compimento.
È tutto vero: io amo definire e costruire i progetti. Amo le idee. Poi le porto avanti, ma ciò che più mi affascina è la progettualità. E mi accontento di poco. E credo di meritare poco.
Ecco il mio drago!]]></description>
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			<title>Il viaggio, la malattia e i tre cervelli</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/il_viaggio_la_malattia_e_i_tre_cervelli_2709385.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il viaggio, la malattia e i tre cervelli</strong><br />Se leggete questo sito, conoscete almeno i concetti fondamentali del viaggio dell’eroe e alcune delle tappe principali: 

arrivo del drago
varcare la soglia, accettare che qualcosa è in cambiamento
passare attraverso gli archetipi: innocente, orfano, martire, viandante, mago
cambiare il drago in risorsa
tornare a casa

Ne ho parlato spesso, c’è anche una pagina interamente dedicata all’argomento.
Come vi ho raccontato nell’articolo Quando il viaggio comincia con la diagnosi affrontare una malattia grave richiede uno specifico viaggio dell’eroe.
Forse sapete anche che abbiamo tre cervelli, tre reti neurali complesse, ciascuna con capacità di apprendimento, memoria, elaborazione delle informazioni: uno è nella testa, uno nel cuore e uno nell’intestino.
La saggezza e il completo benessere si raggiungono quando c’è armonia tra i tre cervelli.
Ciascuno di essi ha alcune funzioni principali, il che ovviamente non esclude la partecipazione degli altri due:

il cuore è compassione, emozione, valori, affetti relazionali
la testa è creatività, pensiero, ricerca del significato, percezione cognitiva
la pancia è coraggio, identità, mobilitazione, auto-protezione.

Non vi dirò di più, qui, ma vi invito a cercare approfondimenti ad esempio nel sito italiano mBraining o leggendo il bel libro Armonizzare i tre cervelli.
La domanda che mi sono posta oggi, sicuramente in un momento di follia, è quali connessioni possiamo fare tra il viaggio dell’eroe da percorrere dopo una diagnosi pesante e i tre cervelli.
La risposta più ovvia è usare le tecniche di armonizzazione dei tre cervelli per creare uno stato di benessere globale, di sinergie, durante il percorso. 
Perdonatemi, mi sembra fin troppo semplicistico.
La mia del tutto personale esperienza mi racconta che possiamo cercare, e ottenere, armonia quando siamo immersi in ciascuno degli archetipi, ma non durante tutto il viaggio.
Ci sono infatti alcuni momenti fondamentali ed inevitabili che sono di squilibrio. Di cosa sto parlando?
Si tratta di qualcosa che noi occidentali abbiamo quasi dimenticato, ma che in un lontano passato era considerato molto importante: i momenti di passaggio, tant’è vero che molte culture hanno importanti riti di passaggio, ad esempio tra l’infanzia e l’età adulta.
Nel varcare la soglia, o nel passaggio tra un archetipo e l’altro del viaggio, non può (e secondo me non deve) esserci equilibrio e armonia, esattamente come quando facciamo un passo in avanti esiste un infinitesimale frazione di secondo in cui dobbiamo accettare di essere pericolosamente instabili, altrimenti non possiamo compiere quel passo.
Compiendo il viaggio dell’eroe che inizia con la diagnosi corriamo il rischio di bloccarci in uno degli archetipi, perché ci è più congeniale o semplicemente perché non riusciamo ad accedere all’archetipo successivo: non troviamo il modo per fare il passaggio.
La mia domanda, dunque, cambia.
Come possiamo utilizzare i tre cervelli per aiutarci nel passaggio da un archetipo all’altro e, in definitiva, a compiere i nostro viaggio?]]></description>
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			<title>I viaggi dellâ&amp;euro;™eroe</title>
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			<description><![CDATA[<strong>I viaggi dell’eroe</strong><br />Credo sia perfettamente chiaro a tutti: il viaggio dell’eroe mi appassiona. Sono tante le “cose” che portano saggezza che possono essere ricondotte a varie sfumature del viaggio dell’eroe: gli arcani maggiori dei Tarocchi, che grazie a Silvia Boneschi imparai ad usare per la meditazione tanti anni fa, le favole, gli stessi esagrammi dell’I Ching e, naturalmente, la gestione delle esperienze difficili. E poi c’è IL VIAGGIO per eccellenza: il percorso della vita di ciascuno.
In questo momento lavoro sul viaggio dell’eroe per la gestione della malattia grave, quella che modifica la vita del paziente e dei suoi familiari, come strumento di aiuto per i terapeuti, per il paziente e per chi è vicino al paziente. Ho vissuto in prima persona questo viaggio, sia come paziente che come persona vicina a pazienti, e lavorare su questo argomento aiuta anche me a riordinare idee ed esperienze. Ne riparleremo.
Oggi vorrei raccontarvi della sensazione che si prova dopo aver riconosciuto il viaggio, scoprendolo in noi stessi, nella nostra vita e nelle nostre esperienze fondanti. Per me è stato un momento importante e un’amica che mi raccontava le sue sensazioni, così simili alle mie, mi ha indotto a scriverne.
Ricordate quando, da bambini, avete scoperto che lo scrivere permette di esprimere i propri pensieri? Forse sì, molti sperimentano queste sensazioni. Il processo è lungo: le lettere, le parole, lo scrivere e poi, un giorno, in un momento, si scopre che è possibile trasferire sé stessi sulla carta.
La stessa sensazione, ma in genere non la ricordiamo, la dà il passaggio dai primi, stentati, passi al correre.
Così è il viaggio dell’eroe. Si comincia scoprendone i passaggi, ma non sempre li colleghiamo a noi stessi. Poi li riconosciamo: sono nostri, li abbiamo sperimentati, o ci siamo in mezzo.
Poi, man mano, lo schema si fa più chiaro: riconosciamo i viaggi fatti in passato e i momenti di passaggio da un archetipo all’altro. E poi, ancora, scopriamo che questa conoscenza può aiutarci, talvolta ad avere pazienza, altre a smuovere gli ostacoli.
E infine il viaggio diventa parte integrante e noi, barca in un mare spesso tempestoso, abbiamo un timone e una carrucola per orientare le vele.]]></description>
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			<title>Esperienze: ciò che conta nella vita</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/esperienze_cio_che_conta_nella_vita_2540735.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Esperienze: ciò che conta nella vita</strong><br />“Ciò che conta, nella vita, non è ciò che accade o le esperienze che fai, ma cosa impari da ciò che accade e come usi le esperienze che fai”.
Probabilmente chi mi segue ha già letto questa frase, o una molto simile: lo dico e lo scrivo spesso perché la trovo una grande verità che cambia, davvero, la vita.
Stamattina ho trovato la stessa frase su FB come citazione da un testo di Otto Scharmer riportata da un amico che sta traducendo in italiano uno degli ultimi testi. Otto Scharmer è “un grande”, un economista docente al MIT (Massachusetts Institute of Technology), fondatore del Presencing Institute, ed è uno di quelli che sta rivoluzionando il mondo del management, partendo dal concetto che per avere un mondo migliore, aziende più produttive, manager vincenti, bisogna costruire persone più umane e felici: una totale rivoluzione dei paradigmi del business da squali che, purtroppo, ancora impera.
Ecco dunque che ho deciso di parlarvi ancora dell’argomento: ciò che conta nella vita non è ciò che accade, ma come usi l’esperienza che fai.
I vantaggi di questo cambio di atteggiamento (mentale) sono numerosi. Prima di tutto ci si avvicina, di molto, a quel pensiero positivo di cui tutti parlano, ma pochi mettono davvero in pratica.
Se è importante come usi l’esperienza significa che, a fronte di un accadimento apparentemente negativo, invece di farsi annichilire da ciò che accade ci si impegna a fondo per trarne insegnamenti o vederne le opportunità intrinseche: si chiude una porta e si apre un portone.
E poi costituisce un perfetto sistema per andare avanti, migliorare costantemente.
Per quanto mi riguarda il vantaggio maggiore che ne ho tratto è quello di non sentirmi mai impotente, e vi assicuro che non è cosa da poco.
Per qualcuno, invece, mette in atto un senso religioso di collegamento con Dio: l’esperienza diventa un segnale del divino, o dello spirito guida, che indirizza verso ciò che dobbiamo sperimentare e apprendere per la nostra evoluzione personale e spirituale.
Quando entriamo nell’ordine di idee di usare appieno le esperienze, la vita cambia decisamente, e in meglio. Perché non provare?]]></description>
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			<title>La gestione delle esperienze difficili: cambiare prospettiva</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/la_gestione_delle_esperienze_difficili_cambiare_prospettiva_2549725.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La gestione delle esperienze difficili: cambiare prospettiva</strong><br />Il percorso archetipico tracciato ed esaminato in articoli precedenti è fondamentale per trasformare un’esperienza difficile e dolorosa in una risorsa. In certi testi questo percorso viene definito “viaggio dell’eroe”. 
L’esperienza, il fatto, viene rappresentato come un drago, che sopraggiunge all’improvviso. Quando arriva il drago siamo innocenti, ignari del drago e della sofferenza che porta. Poi, prendendo coscienza, ci sentiamo orfani, defraudati e annichiliti dagli avvenimenti. Il passo successivo è diventare martiri, dolorosamente consci, ma anche arrabbiati per ciò che ci ha colpito. Il martire trova la forza di allontanarsi dal dolore, per non soccombere, e si trasforma in viandante, che vaga alla ricerca di armi per combattere il drago. Trovare le armi, ed imparare ad usarle, trasforma il viandante in guerriero, che sviluppa forza e capacità fino al punto di poter realmente affrontare il drago. E quando giunge la consapevolezza che il drago si può sconfiggere si diventa maghi, e la battaglia non è più necessaria perché il drago non va più combattuto, ma trasformato in risorsa. E così si chiude il cerchio ritornando innocenti.
Spesso qualcuno sostiene di aver “saltato dei passaggi”, ma ciò è impossibile. L’impressione di aver saltato dei passaggi avviene per due motivi fondamentali: 

qualche passaggio può avvenire in maniera inconsapevole 
oppure le esperienze precedenti ci hanno indotto a bloccarci in un particolare archetipo, e tendiamo a raggiungere molto velocemente quello stadio perché ci è più congeniale. 

Ma ciò che vi voglio proporre oggi è un cambio di prospettiva, che ha aiutato me ad elaborare proprio quelle esperienze su cui faticavo di più.
Non si tratta di un modo per saltare passaggi, né per risparmiare le sofferenze. A me è stato utile soprattutto per chiudere il cerchio, quando il mago rischia di fare un passo indietro. Ci sono infatti situazioni in cui razionalmente troviamo le lezioni positive, ma ancora il cuore e le emozioni tendono a dirci quanto sarebbe stato bello poterle evitare.
Io credo nelle reincarnazione, ma non è necessario crederci: potete anche solo immaginare.
Ed ora immaginate di essere voi, e voi solo, a scegliere e a decidere. E avete scelto esattamente i vostri genitori, la vostra vita, quella specifica esperienza. Perché l’avete fatto?
Il masochismo non è una risposta, anche se a volte si può essere tentati di crederci. 
Guardate le vostre esperienze negative. 
Sperimentate affermazioni come 

Ho studiato giorno e notte per un mese per superare quell’esame. Ma poi mi sono laureata a pieni voti”
Ho fatto la fame per tre mesi per perdere 10 kg, ma adesso mi sono rifatta il guardaroba e mi sento felice
Ho fatto anni da incubo per pagare il mutuo, ma casa mia è bellissima

Sono tanti, nella vita, gli sforzi, i sacrifici, le fatiche che facciamo per realizzare i sogni. Perché non potremmo aver usato lo stesso criterio per scegliere la nostra vita, i nostri genitori, le nostre prove eroiche?]]></description>
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			<title>Il drago</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/il_drago_2556383.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il drago</strong><br />La PNL sistemica propone un bellissimo esercizio per l’elaborazione e la gestione delle esperienze. Il punto di partenza dell’esercizio è quello di identificare il nostro drago: l’esperienza che dobbiamo affrontare, o che abbiamo dovuto affrontare, e metabolizzare per crescere.
Sembra facile: chi non ha un drago, grande o piccolo, che ha dovuto affrontare?
Eppure non sempre è facile identificare il drago giusto, quello vero.
Spesso ci si dibatte, si soffre, ci si affanna, ma stiamo affrontando solo l’ombra del drago. O, come novelli Don Chisciotte, andiamo ben armati e molto agguerriti contro dei banali mulini a vento scambiandoli per guerrieri.
Vi porto alcuni esempi.
Più di vent’anni fa morì la mia più cara amica di infanzia, Patrizia. Abitavo già a Milano da alcuni anni, e purtroppo avevo già imparato a conoscere la morte di persone care. La morte di Patrizia fu un dramma.
Un dramma la sua perdita, la mancanza costante e continua degli incontri, delle telefonate. Eppure, allora come oggi, la sento vicina, le parlo, le racconto.
Poi ne parlai con la mia insegnante di psicodinamica.
Il dolore per la perdita di un amico è sempre intollerabile, ma ciò che devi superare in questa esperienza è lo spezzarsi dell’ultima corda che ti lega all’infanzia, alla tua città di nascita.
Ed ecco il mio drago. Non era la morte, esperienza che sapevo affrontare e il cui dolore non desideravo rimuovere o superare. Il mio drago era che Patrizia rappresentava l’ultimo legame, molto solido, con gli amici dell’infanzia e dell’adolescenza, ormai tutti lasciati cambiando città da tempo.
Quando un’amica si è separata, e non riusciva a darsi pace, ha avuto la fortuna di trovare uno psicologo molto bravo e molto schietto:
l’esperienza che deve superare, signora, non è la fine del suo matrimonio, che da quello che racconta è finito da tempo, ma …
Anche in questo caso l’amica cercava di affrontare il drago sbagliato.
Un’altra amica aveva il padre giocatore incallito, con gravi danni per tutta la famiglia. Lei pensava che l suo drago fosse il gioco, che tanti problemi le aveva causato. Ma il gioco era il drago del padre, non il suo! Il suo drago erano l’insicurezza e le umiliazioni che il vizio del padre le avevano provocato.
Spesso la vita ci obbliga ad affrontare i nostri draghi riproponendoci esperienze simili, finché non abbiamo imparato la lezione.
Talvolta non siamo in grado di capire la prova, altre volte fuggiamo via, o cerchiamo scappatoie. E quando, finalmente, decidiamo di affrontare il drago dobbiamo affrontare anche l’esperienza originale per poter, davvero, imparare, crescere, ed essere pronti … per la lezione seguente, ma armati da una consapevolezza superiore.
Riconoscere correttamente il nostro drago diventa quindi ancor più indispensabile.]]></description>
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			<title>Il viaggio infinito</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/il_viaggio_infinito_2852858.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il viaggio infinito</strong><br />Quante volte portiamo a termine il viaggio dell’eroe? Non c’è risposta, e, se proprio vogliamo farci una domanda su questo argomento, è meglio chiederci quante volte iniziamo il viaggio …
La nostra intera vita può essere letta come un viaggio dell’eroe, al cui interno se ne trovano, e percorrono, molti altri.
Se vogliamo andare a fondo dell’argomento dobbiamo pensare, e sapere, che gli archetipi sono 12, e non solo i 6 di cui, spesso, vi racconto, e che esistono diversi livelli di consapevolezza per compiere il viaggio.
La mia è una scelta di semplificazione, fatta per aiutare chi si avvicina a questo argomento a esaminare e memorizzare. Chi si appassiona, poi, può trovare approfondimenti molto coinvolgenti in alcuni testi, e anche in rete.
Il viaggio è dunque infinito, e al suo interno ci sono infiniti viaggi: non si smette mai di imparare, crescere, approfondire.
Per molti il più bello, il più importante, è il primo percorso di cui si ha consapevolezza. Qualcuno racconta, magari con una favola, oppure si legge qualcosa, e si scopre, quasi in un lampo di illuminazione, che c’è una strada, con alcune tappe, e che la conoscenza del percorso aiuta ad elaborare le esperienze che, seguendo quel Caso che governa la nostra vita, ci siamo ritrovati ad affrontare.
In quel momento qualcuno fugge, l’ho visto accadere molte volte, perché non è ancora pronto, qualcuno si appassiona, qualcuno rifiuta o pretende di non aver bisogno del viaggio e delle tappe.
Tutti, però, davanti al viaggio dell’eroe, siamo toccati nel profondo e riconosciamo qualcosa di familiare, di conosciuto, qualcosa che ci appartiene.
È quel percorso riconosciuto da Campbell nei miti e nelle favole, sono quegli archetipi … è la nostra appartenenza all’umanità.]]></description>
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		<item>
			<title>Harry Potter e il viaggio dell'eroe</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/harry_potter_e_il_viaggio_dell_eroe_2582782.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Harry Potter e il viaggio dell&#039;eroe</strong><br />Anch’io, come milioni di persone, amo Harry Potter, ho comprato tutti i libri appena usciti, e per il sesto e il settimo libro ho anche scelto di leggerli in inglese, pur di poterli leggere con qualche mese di anticipo, comprando e rileggendo poi anche la traduzione italiana. Insomma: una vera passione!
Molto è stato scritto su Harry Potter, quindi è probabile che ciò che scrivo non vi giunga del tutto nuovo, credo sia utile puntualizzare uno degli aspetti più affascinanti della saga.
Sicuramente uno dei motivi per cui Harry Potter è stato così amato, e ha rapidamente toccato il cuore e l’anima di milioni di persone in tutto il mondo, è anche perché contiene tutti gli elementi archetipici del Viaggio dell’Eroe.
L’archetipo del  viaggio dell’eroe viene descritto da Joseph Campbell, uno dei massimi studiosi di mitologia, come un percorso presente in moltissimi miti e in altrettante favole: qualcosa, che, nella miglior definizione di archetipo, appartiene e viene riconosciuto dall’umanità intera. Ed è stato Campbell ad identificare le tappe del viaggio:

Sentire la Chiamata
Accettare la Chiamata
Attraversare una Soglia
Trovare un Mentore
Affrontare il Demone
Trasformare il Demone
Trovare una nuova via
Ritorno a casa

In ognuno dei libri Harry ripercorre sostanzialmente tutte le tappe, ogni volta con rinnovata e più profonda consapevolezza.
Sentire la chiamata: vedere davanti a noi una nuova strada, un possibile percorso, e un possibile destino. Harry sente la chiamata quando gli viene rivelato che è un mago, quando scopre la morte dei suoi genitori, quando si rende conto che Vordemort esiste ancora. Poi, man mano, scopriamo che la sua chiamata risale alla profezia che lo chiama ad affrontare Vordemort.
Accettare la Chiamata: il libero arbitrio ci lascia sempre liberi di scegliere se accettare la chiamata o adagiarci nelle consuetudini, nelle abitudini, nel mondo noto, e persino nella nota (ma parzialmente confortevole) infelicità. Così Harry accetta la chiamata ogni volta, ma ogni volta lo fa con maggiore coscienza e consapevolezza, fino alla chiamata finale in cui accetta consapevolmente la morte per salvare gli amici
Attraversare una Soglia: nell’attraversamento della soglia ha inizio il viaggio vero e proprio, incluso il dover affrontare territori ignoti. Se l’accettazione della chiamata implica difficoltà e travagli emotivo ed emozionale, nel varcare la soglia si accettano rischi e dubbi materiali, concreti
Trovare un Mentore: in realtà non siamo noi a trovare il mentore, ma è il mentore che si presenta a noi nel momento del maggior bisogno, quando siamo pronti ad accettarlo e a riconoscerlo. Indubbiamente il mentore di Harry è Silente, e trovo particolarmente importante la sofferenza, nel settimo libro, del superamento dei limiti del mentore. Infatti finché Silente rappresenta il positivo è soprattutto un maestro, mentre è quando mostra le ombre che diventa un vero mentore, ce guida e affianca l’eroe fino a farlo diventare migliore di lui
Affrontare il Demone. Inutile dirlo, il demone concreto di Harry è Vordemort, ma i demoni che deve affrontare sono molto più numerosi, e sono tutte le sue paure, i suoi timori, le sue insicurezze. Perché non basta affrontare i demoni e le sfide esterne se non siamo in grado di vincere i demoni interiori
Trasformare il Demone. L’eroe non è solo un combattente, e potenzialmente un vincitore, ma è anche un mago, che accoglie le ombre, i demoni, e li trasforma in risorse. Perché le prove da affrontare sono vittorie solo se ci fanno diventare migliori. Così Harry, man mano, riconosce e accetta non solo le diversità tra lui e Vordemort, ma soprattutto le analogie
Trovare una nuova via. È in questo passaggio che si manifesta il meglio di Harry Potter. Una volta accettate le similitudini tra lui e il demone, Harry è pronto a comprendere il nocciolo delle differenze. Anche se lui ha acquisito il potere di parlare il serpentese, anche se lui ha tante similitudini con Vordemort, il senso cosmico dell’amore gli permette di vincere perché tute le caratteristiche vengono utilizzate per il bene comune
Ritorno a casa. È la fine della storia, ma soprattutto è un nuovo inizio. Il viaggio si conclude solo con il ritorno a casa, trasformati dal viaggio stesso, e pronti ad intraprendere una nuova tappa.]]></description>
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		<item>
			<title>Forse inizia un nuovo viaggio</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/forse_inizia_un_nuovo_viaggio_3282847.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Forse inizia un nuovo viaggio</strong><br />Ci sono viaggi dentro il viaggio, piccole o grandi prove, esperienze da vivere ed elaborare, per imparare e procedere.
Come capire che stiamo iniziando un nuovo percorso?
I viaggi si intrecciano, si sovrappongono, si accavallano, talvolta. Perché la vita è fatta di tante cose, e le possibilità di imparare sono quasi infinite. Così percorriamo il nostro viaggio della vita ed ecco che, improvvisamente, si intreccia con qualcosa di improvviso, specifico.
Sappiamo che ogni esperienza difficile richiede un viaggio dell’eroe per essere elaborata, ma talvolta sembra che non ci siano eventi scatenanti, draghi che compaiono nel nostro cielo azzurro.
Eppure, non sappiamo neanche perché, arriva un momento di buio, di malessere, di dolore.
Siamo Orfano, così, all’improvviso, senza poterci collegare ad un evento specifico. Non abbiamo assaggiato alcuna mela, eppure siamo stati scacciati dall’Eden.
Cerchiamo motivi, cause, origini.
Io guardo l’oroscopo: sarà Saturno contro?
Poi cerco nel passato: nonostante il lavoro fatto, non è poi difficile trovare qualcosa che ancora non ho digerito o elaborato completamente.
Eventi, traumi, fattori scatenanti, delusioni, errori e fallimenti: cerco un po’ dappertutto. Cerco, ma non trovo. Non identifico alcunché di specifico. Il malessere, però, rimane. Anzi, la sensazione si fa più evidente giorno per giorno.
Passo in rassegna i tanti strumenti che ho a disposizione, ma niente sembra funzionare.
E intanto Orfano è lì, soffre.
Parte l’ansia: forse questo malessere è una premonizione di qualcosa che sta per accadere. Splendido sistema per peggiorare le cose!
Forse mi sono trascurata, e sto cadendo in depressione. Devo cercare un aiuto, uno bravo, qualcuno che mi aiuti a risolvere il problema. No, ad identificare il problema, poi penseremo a risolverlo.
Hai mai vissuto momenti simili?
È l’inizio di un viaggio, la partenza per un percorso di crescita personale. Si manifesta col dolore perché abbiamo bisogno di un segnale forte, e la sofferenza è, sempre, lo start per guardarsi dentro, per distoglierci dalla routine. Potremmo far di meglio, ma siamo, quasi tutti, fatti così.
Possiamo partire a caccia di draghi, ma spesso questo tipo di crisi segnalano draghi interiori, ombre da abbracciare, attaccamenti da lasciar andare.
Prendi Orfano per mano, e varca la soglia. Ne vale la pena.]]></description>
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		<item>
			<title>Promettere al mago</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/promettere_al_mago_3279873.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Promettere al mago</strong><br />Gli archetipi del viaggio dell’eroe sono parte integrante della nostra storia e della nostra cultura, al punto che, quando cominciamo a studiarli, risuonano, come se fossero già noti.
Il viaggio dell’eroe è magico per conoscere se stessi, per la propria crescita personale, per la gestione di esperienze difficili o per il management di persone e situazioni.
Ma può essere usato anche per vendere.
Se conosci il viaggio dell’eroe e osservi attentamente le pubblicità ti puoi accorgere che molte parlano espressamente ad alcune tipologie di archetipi.
I più gettonati sono il martire e il mago.
Il martire viene chiamato in causa quando la pubblicità promette soluzioni per prendersi cura di altri, come la mamma che risolve la felicità o la salute dei figli attraverso l’uso di un preciso prodotto.
Il mago è sicuramente il cliente ottimale per moltissimi prodotti e servizi.
Il Mago trasforma, le parole in incantesimo, l’ombra in luce, l’esperienza difficile in risorsa e crescita personale.
Gli altri archetipi vedono il mago come un risolutore dei loro problemi e lui stesso, se è ai primi livelli di consapevolezza, potrebbe vedersi in questa luce: sono arrivato qui, al top!
La nostra attuale cultura vive il mago in maniera assolutamente positiva, complice la visione New Age e il superamento dell’oscurantismo medievale che, invece, considerava solo gli aspetti negativi.
Ci si rivolge al mago quando si promette di risolvere tutto in breve tempo, di guadagnare moltissimo senza rischi e in fretta, di cambiare la vita in positivo con un solo incontro.
Non sono false promesse: c’è un tempo per ogni cosa e talvolta, quando è il tempo, basta davvero un solo incontro per cambiare la vita. Ma non è vero sempre e comunque e non per tutti.
Il mago ci crede, ci vuole credere, ed è un ottimo acquirente.]]></description>
			<guid isPermaLink="false">http://www.www.chingecoaching.it/1/promettere_al_mago_3279873.html</guid>		</item>
		<item>
			<title>Trovare un mentore</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/trovare_un_mentore_3153926.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Trovare un mentore</strong><br />Il termine mentore è oggi poco usato e il suo profondo significato si è un po’ perso: merita recuperarlo. Il mentore è sicuramente un saggio, ma il suo ruolo non è quello di un capo, o di un genitore. Il mentore non è gerarchicamente superiore: consiglia e guida, insegna anche ma il suo modo di insegnare viene guidato dal modo di imparare della persona che sta aiutando. C’è un vero scambio reciproco.
La mitologia, così come le favole, i libri o i film che hanno come traccia il viaggio dell’eroe contengono sempre un mentore, a partire da Mentore, il più antico, la persona a cui Ulisse, nell’Odissea, affidò il figlio Telemaco quando partì per la guerra di Troia. Il termine mentore nasce da lì.
Anche Luke Skywalker trova i suoi mentori, prima in Obi Wan Kenobi e successivamente in Yoda.
Il mentore si trova.
La domanda è se il mentore vada cercato. Credetemi, non è una domanda facile a cui dare risposta.
Durante i nostri viaggi dell’eroe la ricerca è quella di se stessi: abbandonare, anche per un istante, la ricerca per dedicarsi a cercare un mentore non mi sembra la scelta ottimale. D’altra parte ciascuno di noi ha bisogno di ispirazione, di consigli, di figure di riferimento, persino, a volte, di copiare le qualità che desideriamo coltivare da qualcuno che le manifesta al massimo grado.
E allora?
Forse la risposta è proprio in quelle definizioni della tappe del viaggio dell’eroe: il mentore non si cerca, si trova. Il percorso infatti parla di trovare un mentore.
Il mentore si trova al momento giusto, per quelle strane sincronie e coincidenze che si verificano quando siamo sulla nostra personale strada da percorrere in quel preciso momento.
Nell’I Ching c’è una frase che ricorre frequentemente: propizio è vedere il grand’uomo. L’interpretazione è variegata, ma l’esortazione è fondamentalmente quella di vedere il mentore. E trovo interessante che il Libro dei mutamenti usi il verbo vedere, ad esempio invece che cercare: il mentore è sempre lì, presente, quando serve. Inutile cercarlo, perché c’è già. Dobbiamo solo trovarlo, vederlo, per ottenere non l’aiuto che vogliamo, ma quello che ci serve.]]></description>
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			<title>Il viaggio dellâ&amp;euro;™eroe e il paziente</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Il viaggio dell’eroe e il paziente</strong><br />In un precedente articolo, Quando il viaggio comincia con la diagnosi, ho raccontato del viaggio dell’eroe che il paziente inizia nel preciso momento in cui il medico comunica una diagnosi di malattia grave, il momento in cui la salute del corpo non è più una cosa scontata.
Amo il viaggio dell’eroe da molti anni, l’ho utilizzato spesso per affrontare esperienze difficili ed era inevitabile che lo usassi anche per affrontare la mia malattia. Lo studio delle tappe, degli archetipi, in relazione alla malattia è cominciato con me stessa, osservandomi. Poi, nelle lunghe ore di ospedale, in attesa di una visita o di un trattamento, ho cominciato a guardare gli altri pazienti, riconoscendo in loro le caratteristiche, i comportamenti. E nel trascorrere delle settimane ho visto alcuni percorrere il loro viaggio dell’eroe, e altri rimanere bloccati in uno schema appartenente a uno specifico archetipo.
Successivamente è stato inevitabile, visto che per lavoro cerco e divulgo le tecniche di comunicazione e gestione utili al medico, al farmacista e alle diverse figure di terapeuti, chiedermi se queste riflessioni potevano essere utili al terapeuta per una migliore comprensione e gestione del paziente.
Io credo di sì.
Il riconoscimento delle tappe del viaggio dell’eroe nel paziente serve per comprendere, gestire, aiutare il paziente ad essere pienamente partecipe. Certo, servono, o servirebbero, anche competenze di psicologia, relazione di aiuto, coaching, ma il vantaggio del viaggio dell’eroe è che è di immediata comprensione e semplice applicazione.
Immediata comprensione e semplice applicazione perché il viaggio dell’eroe e i suoi archetipi fanno parte del nostro inconscio collettivo, li conosciamo già attraverso favole, libri, film.
Ne è nato un libro, L’eroe e il paziente, dedicato (e, spero, utile) a tutti coloro che, come terapeuti o come amici e parenti, sono vicini a pazienti che affrontano malattie gravi.
 
Puoi acquistarlo in versione cartacea e in versione ebook seguendo i link, sui principali store o ordinandolo in alcune librerie]]></description>
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			<title>Se lâ&amp;euro;™Archetipo dell'anima è l'orfano</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Se l’Archetipo dell&#039;anima è l&#039;orfano</strong><br />Spaventa pensare di avere come archetipo dell’anima l’orfano, l’archetipo più complesso e triste dell’intero viaggio dell’eroe. Eppure confesso che raramente ho visto soccombere alla vita queste persone, forse perché davvero Dio non ci manda mai prove da superare superiori alle nostre forze, forse perché sono persone che hanno già vissuto molte vite e percorso molti viaggi dell’eroe o forse perché, parafrasando una frase di Eleonor Roosvelt, siamo come bustine di te e scopriamo quanto siamo forti solo se immersi nell’acqua bollente.
Indubbiamente chi ha l’orfano come archetipo dell’anima in questa vita affronta parecchie difficoltà e solitamente almeno una è nei primi anni di vita: una grave malattia, la perdita di un genitore o l’abbandono da parte di uno o di entrambe i genitori.
Il loro compito è andare oltre, avviarsi verso il viaggio vero e proprio (l’orfano è un archetipo pre-eroico), scoprire la compassione profonda e l’amore incondizionato.
Grandi prove, e grandi ricompense. Quando riescono ad andare oltre diventano persone attente, amorevoli, forti grazie alla consapevolezza, solide e non di rado carismatiche.]]></description>
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			<title>Lâ&amp;euro;™I Ching e lâ&amp;euro;™eroe</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/l_i_ching_e_l_eroe_3278380.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>L’I Ching e l’eroe</strong><br />Spesso, nell’interpretare i responsi dell’I Ching, mi capita di fare riferimenti al Viaggio dell’eroe. Salvo rari casi, non si tratta di interpretazioni che possono essere codificate, o forse potrebbero, ma è un lavoro infinito. Sono insight, intuizioni, illuminazioni, e sono sempre corrette e significative.
Perché? Da dove vengono?
Alla base ci sono due elementi.
Il primo è che amo moltissimo sia l’I Ching che il viaggio dell’eroe, studio e uso entrambe da molti anni e sono, entrambe, parte fondamentale di me e del mio modo di vedere il mondo.
Il secondo è che entrambe descrivono, trattano, sono presenti, in ogni tempo o evento della vita.
Il libro dei mutamenti dichiara espressamente di voler accompagnare e consigliare il nobile in ogni situazione.
E se accogliamo l’idea che la vita di ciascuno sia un viaggio dell’eroe, all’interno del quale si svolgono viaggi di elaborazione di singole esperienze, è intuitivo che ogni avvenimento, presente o futuro, possa essere associato ad una fase del viaggio, ad una sfumatura di un archetipo, ad un momento di passaggio.
E sì, secondo me esiste una profonda sinergia tra l’I Ching e il Viaggio dell’eroe.]]></description>
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			<title>Archetipiâ&amp;euro;¦ a confronto: lâ&amp;euro;™Innocente</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Archetipi… a confronto: l’Innocente</strong><br />In questo, e in prossimi articoli, esaminiamo come il paziente e i caregivers vivono gli archetipi del viaggio dell’eroe che la diagnosi antipatica li induce a percorrere.
Come premessa è importante ricordare che il drago, la malattia, riguarda ovviamente il paziente, ma le difficoltà, e il viaggio, coinvolgono anche familiari e amici. 
Ciascuno, dunque, compirà il proprio viaggio, deciderà se varcare la soglia, incontrerà e vivrà gli archetipi, ma molto raramente c’è contemporaneità: l’unica cosa che accomuna, in termini di tempo, il paziente e le persone che gli sono vicine è il momento della diagnosi, che però non è necessariamente consapevolezza della malattia.
Iniziamo, dunque, e iniziamo proprio dall’arrivo del drago, dalla diagnosi, dal momento dell’archetipo dell’Innocente.
L’innocente non vede il drago, non ne ammette l’esistenza e non vuole né vederlo, né riconoscerlo.
L’atteggiamento iniziale è comune al paziente e al caregiver: negare la diagnosi, evidenziare la necessità di ulteriori esami, di una visita presso un luminare, procrastinare il momento di riconoscere che c’è la malattia.
Un altro elemento in comune a paziente e caregiver nell’archetipo dell’innocente è invocare il “ritorno alla normalità”, come se la diagnosi fosse quella di una banale influenza anziché un cambiamento di vita o, talvolta, l’annuncio di una prossima fine della vita.
Il modo di vivere l’archetipo diverge, tra paziente e caregiver, nei residui di quell’innocente che portiamo dentro man mano che passa il tempo.
Una volta iniziato il viaggio, e il percorso di elaborazione, il paziente diventa consapevole.
Spesso, invece, familiari e amici si aggrappano all’anelito dell’innocente dopo un certo periodo di tempo. Lo riconosciamo, noi pazienti, quando abbiamo le visite di controllo e le persone che amiamo non accettano le nostre ansie, o quando un qualunque problema di salute ci fa temere il peggio, e l’amico ci chiede, distrattamente, “Ma adesso va tutto bene, vero?” o, ancora, Sono già trascorsi anni: non hai più motivo di aver paura.
Inutile arrabbiarsi, sentirsi incompresi, trascurati: è l’innocente che parla, che vuole negare che ci siano ancora possibili motivi per quel terrore di cui si è subito l’assalto tempo fa.]]></description>
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			<title>Varcare la soglia e iniziare il viaggio</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/varcare_la_soglia_e_iniziare_il_viaggio_3139924.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Varcare la soglia e iniziare il viaggio</strong><br />Spesso penso, e credo di averlo anche scritto, che il viaggio dell’eroe, il percorso di gestione dell’esperienza difficile, inizia con l’arrivo del drago. È solo parzialmente vero.
È vero perché se non arrivasse il drago non avremmo motivo di iniziare il viaggio. Ma nel contempo non è vero perché possiamo passare anche molto tempo prima di accorgerci dell’arrivo del drago, e possono passare mesi o anni prima di varcare la soglia, cioè affrontare il drago iniziando il viaggio.
L’archetipo dell’innocente e quello dell’orfano fanno parte, a pieno titolo, del percorso, ma non hanno varcato la soglia, e vengono definiti archetipi pre-eroici.
Per varcare la soglia ci vuole il coraggio di affrontare il drago.
Bisogna anche, però, avere la consapevolezza del drago, anche se non di rado ne abbiamo solo una vaga idea e ci ritroviamo ad affrontare il drago sbagliato.
La domanda, tuttavia, a cui fatico molto a trovare una risposta è se ci fa più male rifiutare di vedere il drago o identificare il drago “sbagliato”.
Mi spiego meglio.
Chi rifiuta di vedere il drago si sente fermo nell’archetipo dell’innocente, e trova tutti i motivi del mondo per cercare di evitare il cammino. Se mi baso sulla mia esperienza è ciò che accade con molti problemi che ci trasciniamo dall’infanzia, ad esempio quando idolatriamo un genitore e non ci accorgiamo che ci sta facendo danni. Forse è anche ciò che accade quando si continua a negare la violenza di un marito.
Chi, invece, affronta il drago senza averlo identificato con precisione può comunque varcare la soglia, iniziare il viaggio. Forse, prima o poi, si accorgerà che, moderno Don Chisciotte, ha combattuto i mulini a vento mentre c’erano nemici veri da combattere un po’ più in là, o forse continuerà a vagare nell’archetipo del viandante, o del martire, finché non troverà dove rivolgere le risorse. Però quando si inizia il viaggio si trova anche un mentore che, forse, ci aiuterà a identificare il drago.
Personalmente non mi sono fatta mancare niente: ho negato per anni l’esistenza di draghi con cui ho dovuto fare i conti ripescando nella memoria ormai lontana il loro arrivo per evitare che ferite trascurate andassero in cancrena. Ho anche affrontato draghi, o quelli che mi sembravano draghi, indirizzando le mie energie a casaccio, solo per accorgermi che avevo combattuto fantocci o, peggio, che avevo volutamente, anche se inconsciamente, deviato l’attenzione perché non avevo il coraggio di affrontare il drago vero.
Che dire? Fa tutto parte della vita, e tutto può insegnarci qualcosa. L’importante è avere comunque il desiderio e la curiosità per imparare, e un po’ di vita per farlo.]]></description>
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			<title>Il fascino della ciclicità</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/il_fascino_della_ciclicita_3273087.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il fascino della ciclicità</strong><br />Tra le piacevoli scoperte degli ultimi anni c’è l’astrologo Simon and the stars; racconta una visione di ciclicità estremamente affascinante e convincente.
Ed ecco un altro ciclo, il mio preferito: il viaggio dell’eroe.
Ogni viaggio è un ciclo: si inizia innocenti e si torna innocenti. E sono tanti i viaggi dell’eroe che percorriamo nella nostra via, ma anche la vita, nel suo complesso, è un viaggio dell’eroe.
Nessuno è uguale all’altro, prima di tutto perché ad ogni viaggio impariamo tanto e facciamo una sorta di gradino evolutivo. Più che un cerchio, in fondo, è una spirale di crescita. Le prime volte che mi hanno spiegato questo concetto l’ho vissuto con fastidio e timore: non c’è un vero e proprio punto di arrivo, e la vita diventa un cammino fatto di cadute e apprendimento, e poi ancora cadute.
Sono invecchiata e, forse, diventata più saggia.
Ora vivo tutto questo come un’onda, e me ne lascio cullare, ben sapendo che alcune onde sono decisamente tempestose, mentre altre sono dolci increspature.
Ora riconosco il drago che arriva, sento il calcio che mi caccia dal giardino dell’Eden trasformandomi in Orfano. Poi mi arrabbio con il Martire che cerca, come sempre, di fagocitarmi e controllo il mio tempo di permanenza in questo archetipo che ha occupato così tanti anni della mia vita: ora è sempre più breve.
Oggi oscillo, nel viaggio in corso, tra martire e viandante, e scalpito.
E poi via via so che completerò il mio ciclo, imparando qualcosa, lasciando andare molto e conquistando ancora di più. Quello in corso è un viaggio tosto, faticoso, duro: non so dove mi condurrà, ma sicuramente sarà dove devo arrivare.]]></description>
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			<title>Il viaggio dell'eroe: dalla diagnosi alla felicità</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/il_viaggio_dell_eroe_dalla_diagnosi_alla_felicita_3268736.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il viaggio dell&#039;eroe: dalla diagnosi alla felicità</strong><br />Nicole è un persona fantastica che ha deciso di esplorare il mondo della comunicazione in ambito salute attraverso un documentario, un sito e un canale Youtube che si chiama Anche umani. L’incontro con Nicole è stato casuale, e meraviglioso.
Ne è nata questa intervista dedicata a come il viaggio dell’eroe può essere di aiuto nella gestione del paziente e della malattia, e anche nel supporto al medico e al personale paramedico o dei familiari.
È una lunga intervista, ma credo possa essere interessante.]]></description>
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			<title>Lâ&amp;euro;™archetipo dellâ&amp;euro;™anima</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/l_archetipo_dell_anima_3254671.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>L’archetipo dell’anima</strong><br />Spesso studiando gli archetipi del viaggio dell’eroe ho pensato che ciascuno di noi abbia un archetipo “favorito”. Mi spiego meglio. Non è raro conoscere persone che si bloccano nel percorso del viaggio, che non riescono a passare all’archetipo successivo o che ripetono più e più volte esperienze molto simili tra loro. Ne ho già parlato in diversi articoli e, anche se ci sarebbe ancora moltissimo da dire, oggi ho altre considerazioni da fare.
La vita è un viaggio dell’eroe, e ad ogni età corrisponde un archetipo.
E se pensiamo alla nostra attuale vita come una semplice tappa di un viaggio che la nostra anima percorre più e più volte, ogni volta affrontando uno o più archetipi e ogni volta acquisendo nuove sfaccettature e risorse della figura che è chiamato a vivere?
Lo so, è un’idea bizzarra… eppure affascinante, almeno per me.
Proviamo a pensare che sia così. Quindi nella vita attuale la nostra anima vive un archetipo ben preciso, con il “compito”, il karma o il Tikkun, di apprendere tutto ciò che è possibile per poi, nella vita successiva, fare il passaggio ad un altro archetipo.
Non siamo bloccati nell’archetipo: siamo in cammino e nell’affrontare le esperienze della vita possiamo fare l’intero viaggio, imparando moltissimo. Eppure quella specifica figura del viaggio ci appartiene più di altre e, in qualche modo, determina la nostra vita.
Così se l’archetipo della nostra anima nell’attuale vita è l’innocente abbiamo probabilmente una vita protetta, genitori affettuosi, situazioni economiche tranquille: un vero paradiso terrestre. A noi il compito di riconoscere che va tutto bene, saper godere della situazione, acquisire consapevolezza per usare quella che può essere definita una condizione previlegiata a beneficio degli altri. A noi far sì che il nostro innocente non diventi ego o passività, ma gioia e proattività.
Riflessioni analoghe si possono fare con tutti gli archetipi. Che dite? Vado avanti?]]></description>
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			<title>Il viaggio dellâ&amp;euro;™eroe: la favola</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/il_viaggio_dell_eroe_la_favola_3095705.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il viaggio dell’eroe: la favola</strong><br />C’era una volta, in un Paese lontano lontano, un innocente che viveva sereno, felice e inconsapevole. Intorno a lui tutto era bello, limpido, tranquillo, e lui viveva completamente abbandonato alla bellezza e alla gioia.
Un giorno, nel Paese lontano lontano, giunse un drago. La storia non dice se il drago era grande o piccino, ma sappiamo che era un vero drago, con grandi artigli, grandi ali e la capacità di sputare enormi colonne di fuoco dalle fauci.
L’innocente non si accorse del drago, circondato com’era dalla pace e dalla serenità, e continuò a vivere come era sempre vissuto: era l’unico modo che conosceva.
A poco a poco l’aria diventava più torbida, il sole veniva oscurato e il mondo era meno bello, ma l’innocente non lo vedeva. Finché alzò gli occhi e improvvisamente vide il cambiamento. Lui non aveva osservato le trasformazioni mano a mano che accadevano, vide solo il risultato, e rimase sconvolto. Improvvisamente, in un lampo, in una frazione di secondo, riconobbe il drago, e ne fu terrorizzato al punto di cambiare nome: divenne orfano.
Ora nel Paese lontano lontano viveva l’Orfano, solo e abbandonato. Era orfano di tutto il bello, di tutta la gioia e di tutta la serenità, e guardava il drago. Lo guardava fisso, vedeva solo il drago, e di nuovo il tempo e il mondo si erano fermati, ma questa volta nel dolore e nella solitudine. Non sappiamo per quanto tempo l’orfano guardasse il drago, ma sappiamo che all’orfano quel tempo sembrò infinito e immobile. 
Finché un giorno, guardando fissamente il drago, gli esplose nell’anima una domanda: perché? E fu come se si rompesse una diga di un torrente in piena: l’orfano fu travolto da una valanga di domande e di visioni, al punto da cambiare nuovamente nome e diventare martire.
Martire vide tutte le cose e le persone intorno a sé, e vide tutte le differenze tra il mondo che aveva conosciuto come innocente e il mondo che vedeva ora come martire. E chiese perché il mondo era cambiato, poi chiese perché ogni singola cosa fosse cambiata, perché il cielo era cambiato, perché l’aria era cambiata, perché la luce fosse mutata. E non si fermò qui. Ora non sapeva più stare solo o in silenzio. Chiese perché questo drago era toccato a lui, e lo chiese a tutti, a tutti i fiori, a tutti i fili d’erba, a tutte le persone, sperando che il porre tutte le domande che lo assillavano lo aiutasse almeno a lenire il dolore. 
Ma non fu così. 
Non trovava risposte e sentiva costantemente aumentare l’ansia, sentiva svanire le sue energie e la sua stessa vita. Fino a quando … non sappiamo se fu un lampo di luce o un bisbiglio dell’aria, ma ebbe una prima risposta: devi andare.
E capì che non poteva ricevere risposte rimanendo nello stesso luogo dove era stato felice ed ora era infelice. Così prese con sé pochissime cose a andò via, e guardando per l’ultima volta il suo mondo gridò, o forse sussurrò al vento, “ora vado. Vado a cercare risposte e armi per uccidere il drago. E quando avrò trovato ciò che cerco tornerò, ucciderò il drago. E per ricordarmi della mia promessa da ora mi chiamerò viandante.”
E viandante andò per il mondo, percorse tutte le strade conosciute e alcune vie ignote ai più. Raccoglieva pillole di saggezza, piccole risposte, armi di tutti i tipi, e ogni sera faceva l’inventario e prometteva a se stesso “Domani, domani troverò altre risposte, altre armi”.
Non sappiamo per quanto tempo abbia vagato per il mondo Viandante, ma sappiamo che un giorno incontrò un bambino innocente che gli disse: tu sei un guerriero! Contro chi combatti?
Viandante stava per rispondere no, non sono un guerriero, ma si guardò riflesso nel lago e vide che in realtà lo era diventato. Era pieno di armi micidiali, aveva una corazza fortissima, che non poteva esse trapassata da alcuna arma fabbricata dall’uomo e disse: sì, sono un guerriero, e ora sono pronto per uccidere il mio drago.
E in quel momento, esattamente in quel momento, comparve il drago, e cominciarono a combattere.
Fu una lotta lunga, senza esclusione di colpi, a volte sembrava vincere il guerriero, altre volte sembrava potesse essere sopraffatto dal drago, ma erano ad armi pari.
Non posso sconfiggerlo così! Questo pensiero compariva scompariva dalla mente di guerriero, poi divenne costante: ho bisogno di magia!
E diventò un mago. Imparò tutti i trucchi necessari, tutte le magie del mondo, inventò nuove magie, e tornò ad affrontare il drago. 
Ma lungo tutta la strada percorsa, il nostro protagonista aveva imparato tanto, e così da mago seppe che aveva  aumentato tutte le sue capacità, e finalmente guardò il drago con occhi nuovi, e lo guardò negli occhi.
E in quel momento vide la bellezza e la magia del drago e disse:
tu non mi sei nemico! anzi, mi sei amico e mi hai sempre guidato e sostenuto e incoraggiato. farò un’ultima magia, e ti porterò sempre con me.
E nel momento in cui fece la magia, si accorse che il mondo intorno a lui aveva di nuovo tutta la bellezza e la serenità che ricordava. Sbatté le palpebre, non poteva crederci: il mondo era ancora più bello di quanto ricordasse e di quanto avesse mai sognato, e ne capì anche la ragione. All’inizio del viaggio lui godeva del mondo, ma ora che era di nuovo innocente sapeva di aver contribuito a creare la bellezza del suo mondo, e ne era consapevole.]]></description>
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			<title>Se lâ&amp;euro;™Archetipo dell'anima è il Martire</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/se_l_archetipo_dell_anima_e_il_martire_3272348.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Se l’Archetipo dell&#039;anima è il Martire</strong><br />Il martire è il sacrificio… Sì, Martire ha molti aspetti legati al sacrificio.
Però Martire è soprattutto l’inizio del vero e proprio viaggio: ha già varcato la soglia, accolto la chiamata.
Molti aspetti del martire sono manifesti in persone meravigliose, che si prendono cura degli altri, ed è un archetipo ricco di energie femminili. Però… il martire non si cura di se stesso, non si fa nemmeno carico del proprio sé: è troppo impegnato a farsi carico degli altri.
Le nostre società tendono spesso ad incentivare il ruolo del martire, in particolare nella donna, togliendo così risorse di consapevolezza al mondo intero.
Non è facile definire se, per una data persona, il martire è un archetipo specifico del viaggio o è l’archetipo dell’anima: spesso sembra che almeno metà del genere femminile abbia proprio questo come archetipo dell’anima o, forse, nascono donna in un determinato contesto le anime che devono imparare a gestire e superare Martire.
Al primo ingresso in questo archetipo ci si trova a rinunciare a se stessi in favore di altri. A volte si spera che, facendo così tanto, si possano ottenere riconoscimenti o amore, altre volte si incontra rassegnazione verso un ruolo che viene incarnato e si ha paura di mettere in discussione.
Martire dovrà ribellarsi, accettare la solitudine, andare alla ricerca di sé e prendersi cura di se stesso attraverso il passaggio del viandante per superare il ruolo.
Ma, soprattutto, se Martire è l’archetipo dell’anima, e si tratta di un’anima antica, può assumere l’aspetto più evoluto dell’archetipo. E allora la cura dell’altro non è più sacrificio, ma scelta. La consapevolezza di sé è talmente profonda e radicata che diventa automatica, acquisita. Quell’anima ha già completato il viaggio più volte, e può, come ogni vero saggio, decidere di regalare agli altri ciò che ha appreso. In questo caso abbiamo Martiri per propria decisione, in armonia con proprio compito e destino, e incontriamo persone come Gino Strada.]]></description>
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			<title>Per non varcare la soglia</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/per_non_varcare_la_soglia_3270319.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Per non varcare la soglia</strong><br />La vita è un viaggio dell’eroe, al cui interno ci sono altri viaggi. Ogni volta c’è la chiamata, e si sceglie se accettarla o rifiutarla, si incontra il mentore e, di nuovo, si sceglie se varcare la soglia.
Accettare la chiamata non equivale automaticamente a varcare la soglia. Già, perché accettare la chiamata significa diventare consapevoli di avere un compito, ma varcare la soglia vuol dire non poter più tornare indietro, entrare in un mondo sconosciuto.
Non è mica uno scherzo!
Alcuni testi relativi al viaggio dell’eroe parlano dei guardiani della soglia: definiamoli, per ora, entità che mettono alla prova la reale volontà di varcare la soglia.
Ecco, dunque, due componenti importanti: già andare nell’ignoto, sapendo di non poter più tornare indietro, sembra spaventoso solo a raccontarlo, e poi ci si mettono anche i guardiani della soglia!
Bando alle metafore, per un attimo.
Vi è mai capitato di sentire, anche vagamente, di avere un compito da svolgere, e poi lasciare lì la sensazione (già, mica sparisce!) e tergiversare all’infinito? A volte sembra un balletto: un passo avanti e uno indietro, tutto pur di non varcare la soglia.
A me è successo, e a tanti che conosco.
Si fa di tutto, e la maggior parte dei guardiani sono interni.
I miei balletti, di solito, sono conditi da perfezionismo: non posso pubblicare quella cosa perché non è ancora davvero finita, non posso fare quell’altra perché non ho il diploma “giusto”, devo dare la priorità ad altri impegni, ho altre responsabilità.
È la paura che parla? Spesso sì, soprattutto la paura del fallimento, ma non c’è solo quella.
A volte sembra che varcare la soglia comporti troppi sacrifici senza la certezza di una ricompensa adeguata, a volte si pensa che il compito a cui siamo chiamati, e per il quale varcare la soglia, sia un qualcosa di poco importante.
Traspaiono, questi pensieri reconditi, da certe riflessioni o espressioni.
Il fatto è che talvolta la chiamata arriva “a piccole dosi”, un passo alla volta, e non sappiamo il disegno finale. Bisogna fidarsi, di noi stessi e dell’universo (o, se preferite, di Dio).
E, non di rado, si pensa che la chiamata debba essere qualcosa di sostanziale, importante, che porta benefici incommensurabili al mondo intero. Insomma, vorremmo varcare la soglia per scrivere La Divina Commedia e, invece, siamo ancora ai pensierini delle scuole elementari.
Niente paura, come dice Ligabue: ci pensa la vita, a volte con un calcio nel didietro!]]></description>
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			<title>Il medico e il viaggio dellâ&amp;euro;™eroe</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/il_medico_e_il_viaggio_dell_eroe_3071410.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il medico e il viaggio dell’eroe</strong><br />Tutti noi, per le fasi della vita o nella gestione di un’esperienza o nelle abitudini di comportamento, possiamo riconoscerci in un archetipo. E questo vale anche per il medico, nel suo modo di gestire il paziente, e nella sua relazione con la malattia.
È praticamente impossibile che un medico si ponga nell’archetipo dell’Innocente o dell’Orfano in relazione alla malattia: queste sono fasi superate nei primi anni di università. Le uniche occasioni in cui possiamo veder spuntare l’Innocente o l’Orfano in un medico è se si trova ad affrontare la sofferenza in una persona che gli è molto cara, o la sua stessa malattia. Ci sono, ad esempio, aneddoti che girano per le cliniche ginecologiche di direttori di clinica con esperienza trentennale che improvvisamente diventano incapaci di gestire un parto: quello della figlia. È chiaro che, in questi casi, si tratta di un viaggio dell’eroe completamente nuovo, atto ad affrontare un’esperienza che non è in relazione con la sua attività professionale abituale.
Gli archetipi successivi, Martire, Viandante, Guerriero e Mago, sono quelli in cui possiamo collocare la maggior parte dei medici (o dei terapeuti in genere), a cui si aggiunge una quota di professionisti che ha completato il viaggio. Ecco quindi, in estrema sintesi, alcune caratteristiche.
Il medico Martire è probabilmente il più amato da pazienti e colleghi. Vive la professione come una missione, a cui sacrifica se stesso e la sua vita, accetta turni e orari massacranti, dà il suo numero di cellulare a tutti i pazienti e non si nega mai. È indubbiamente a rischio di burnout e, vivendo sempre sotto pressione, potrebbe avere difficoltà nella gestione di ulteriori situazioni di stress o nel prendere decisioni difficili in tempi ristretti.
È attento al paziente, rispettoso dei protocolli, gentile con tutti.
Carla Fiorentini – L’eroe e il paziente – in pubblicazione]]></description>
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			<title>La malattia è un viaggio dell'eroe - Percorsi insieme</title>
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			<description><![CDATA[<strong>La malattia è un viaggio dell&#039;eroe - Percorsi insieme</strong><br />Conosco diverse persone che dopo una malattia grave, sembrano aver trovato una nuova vita, più felice, più serena, più costruttiva. Conosco anche persone a cui la malattia ha portato solo ansia, paura, angoscia, rancore.
È facile intuire che la differenza non nasce dalla malattia in sé, ma da come ciascuno gestisce l’esperienza della malattia.
Ma come affrontare l’esperienza? Ci viene in aiuto Il viaggio dell’eroe, perché la malattia è un viaggio dell’eroe, che inizia con la diagnosi.
Non possiamo cambiare il vento ma possiamo orientare le vele. Anthony Robbins]]></description>
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			<title>Il viaggio impossibile del canguro</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Il viaggio impossibile del canguro</strong><br />Una delle domande frequenti che mi vengono poste quando parlo del viaggio dell’eroe è se c’è la possibilità di saltare un passaggio, una tappa: in pratica percorre il viaggio saltellando come un canguro.
Facile rispondere che no, non è possibile, ma semplicistico, anche perché c’è sempre qualcuno che sostiene di aver elaborato fino in fondo un’esperienza e di aver saltato dei passaggi, e poi, in fondo, nella vita nulla è davvero impossibile.
Affermo quindi che è molto improbabile percorrere l’intero viaggio (non solo gli archetipi, ma proprio tutte le tappe) saltando qualcosa, ma mi sento anche l’obbligo di raccontare perché, e persino cercare spiegazioni al perché qualcuno ha l’impressione di aver saltato dei pezzi.
Ogni singolo pezzettino del viaggio ci porta qualcosa da imparare, e qualcosa da lasciar andare. Potremmo davvero, in un qualunque momento della nostra vita, che in un qualunque campo non abbiamo più nulla da imparare o da lasciar andare? Io penso di noi, ed è per questo che anche se completiamo il percorso mille volte, possiamo migliorare mille volte per ogni singolo pezzetto che facciamo.
Perché, allora, talvolta si ha l’impressione di saltare qualcosa?
Non sempre l’ordine degli archetipi è esattamente lo stesso: possono esserci variazioni. Poi dipende dal momento della nostra vita: ogni esperienza è un viaggio dentro il grande viaggio della vita. Così se, ad esempio, nella vita stiamo percorrendo l’archetipo del guerriero può sembrare di iniziare da lì la gestione della nuova esperienza. Sembra, ma non è. Magari abbiamo corso un pochino con gli archetipi precedenti perché la nostra anima ha fretta di farci arrivare al nocciolo della faccenda. Oppure un archetipo ci è più congeniale, quindi lo percorriamo più velocemente o, al contrario, cerchiamo di viverlo più a lungo per paura di lasciarlo.
Le situazioni sono infinite, ogni vita fa davvero storia a sé, e il tempo non è una variabile importante nel nostro viaggio, ma ogni volta la strada va percorsa nella sua interezza.]]></description>
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			<title>Il viaggio dell'eroe e la salute: qual è il premio</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Il viaggio dell&#039;eroe e la salute: qual è il premio</strong><br />In diversi articoli ho parlato di Viaggio dell’eroe in relazione a malattie gravi

Quando il viaggio comincia con la diagnosi
Il viaggio, la malattia e i tre cervelli
Il viaggio, la malattia e i tre cervelli 2° parte

Ne tratterò ancora: è un argomento che mi appassiona, che per me, paziente oncologico, ha fatto la differenza, su cui ho scritto, e sto scrivendo.
È arrivato, credo, il momento di chiarire un punto importante: cosa si ottiene percorrendo il viaggio dell’eroe in ambito salute.
Mi è difficile dare una risposta assoluta: il viaggio è un’esperienza personale, la malattia anche, quindi ciascuno troverà una sua personalissima risposta, ma c’è qualcosa che può accumunare tutti e diventare una specie di quell’obiettivo che, nel coaching, è tanto importante determinare.
Il viaggio dell’eroe legato alla malattia è all’interno del grande viaggio che compiamo nella vita. Nell’ambito di questo viaggio, dunque, la malattia rappresenta una scossa, ci induce a lasciare ciò che viene chiamata zona di confort, anche se spessissimo è tutt’altro che confortevole. In pratica, iniziare il viaggio legato all’esperienza della malattia ci permettere di compiere passi avanti nel viaggio della vita.
Ma ciò è, in un certo senso, marginale rispetto a quanto possiamo ottenere portando a termine il viaggio dell’esperienza specifica: la malattia.
Qualunque sia la malattia sconvolgente che ci induce a compiere lo specifico viaggio, chi lo porta a termine ottiene la felicità.
Non si tratta di quegli sprazzi di felicità che siamo abituati a contrapporre alla serenità, sostenendo, spesso, che la serenità sia a lungo termine mentre la felicità possa consistere solo in attimi e pensando, di conseguenza, che la serenità sia ben più desiderabile. Lo pensavo anch’io, prima, e sbagliavo.
E non si tratta nemmeno di quella felicità, forse un po’ ebete, di chi rifiuta di vedere o di affrontare le difficoltà.
La felicità di chi completa il viaggio indotto da gravi problemi di salute è una solida felicità, che lascia spazio anche a momenti di tristezza e, talvolta, disperazione, e viene sempre recuperata. È la felicità di chi si è messo duramente alla prova, ha trovato le proprie risorse, sa cosa può affrontare, è felice.]]></description>
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