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Una favola per cambiare - Esercizio

Una favola per cambiare - Esercizio - Ching & Coaching

Le parole hanno potere: usatelo!

Ho scritto più volte dell’importanza del linguaggio metaforico e come le favole possono essere utili per cambiare comportamenti o gestire meglio le emozioni

L’esercizio di oggi è quello di costruire una favola. Ma ci sono alcune regole da seguire. Ecco dunque, passo passo, i momenti di costruzione di una favola che ha per obiettivo indurre il cambiamento di un comportamento indesiderato. Trovate prima, in verde, la spiegazione dei passaggi e poi l’esempio.

Carta e penna, quindi e scrivete una favola prendendo spunto dall’esempio qui riportato

  • Identificare un comportamento indesiderato

Ogni volta che una persona è scortese con lei, Lucia fugge e soffre

  • Cominciare la favola costruendo il contesto

C’era una volta, in un Paese lontano lontano, una famiglia felice in cui c’erano cinque bambini: tre maschi e due femmine. Erano tutti vicini di età, c’erano anche due coppie di gemelli, e i bambini giocavano sempre insieme. Tra loro c’era armonia e allegria, erano molto uniti, ma non avevano amici al di fuori della famiglia poiché abitavano in una cascina sperduta.

  • Inserire un evento “drammatico”

Un giorno, a voi stabilire se fu un bel giorno o un brutto giorno, i genitori chiamarono i bambini e dissero: Abbiamo deciso di trasferirci in città. Papà ha trovato un nuovo lavoro, guadagnerà di più, ed è un lavoro che gli piace molto. E voi potrete andare a scuola e farvi tanti nuovi amici. Lucia guardò i fratelli e vide, con sorpresa, che erano felici di quella novità. Lei no. Non voleva lasciare quel luogo protetto, non voleva nuovi amici. Lei era la più piccola, e sicuramente a scuola l’avrebbero separata dai fratelli.

  • Iniziare la drammatizzazione, evidenziando il comportamento da modificare

Nonostante le lacrime di Lucia si trasferirono e, come Lucia aveva previsto, la mandarono a scuola e la separarono dai fratelli. Si sentiva sola, abbandonata. I compagni di scuola si conoscevano tutti, ma lei non conosceva nessuno. Le sembravano scortesi, non capiva neanche bene quello che dicevano: avevano tutti un accento strano. Così lei rimaneva da sola, in un angolo, e se qualcuno si avvicinava lei si spaventava, le venivano le lacrime agli occhi. I bambini, si sa, possono essere crudeli a volte. A poco a poco i compagni cominciarono a prenderla in giro. Le dicevano “Piagnona”, le facevano scherzi, e tra loro giocavano a chi riusciva ad avvicinarsi di più a lei: chi la toccava vinceva. A Lucia sembrava che tutti volessero picchiarla, e si ritraeva sempre di più. Ora, quando poteva, piangeva davvero.

  • Portare la drammatizzazione fino al pericolo estremo

Così decise di fuggire e tornare nel suo luogo protetto, nella casa dove era stata felice. La strada era lunga: il viaggio sarebbe durato giorni e giorni, ma lei era forte, poteva farcela. E poi la meta da raggiungere valeva tutta la fatica del mondo. Così Lucia partì, di nascosto. E camminò, e camminò. Quando vedeva da lontano qualcuno si nascondeva. Per fortuna era caldo, e di notte poteva dormire nei fienili. L’acqua non era un problema: sulla strada c’erano fonti e fiumi. Ma non c’era cibo.

Dopo due giorni di viaggio Lucia vide un mercato, e cercò di avvicinarsi ad una signora che aveva bellissime forme di pane. Ma la signora le chiese “cosa vuoi, bambina, e cosa fai qui da sola?” Lucia ebbe paura, e fuggì. Al terzo giorno di viaggio era totalmente senza forze. Trovò un tappeto di muschio e si sdraiò. Sapeva che la fine era vicina.

  • Indurre un cambio di comportamento

Poi vide arrivare dei bambini che giocavano. Ebbe paura, e si fece piccola piccola. I bambini si avvicinarono, il più grandicello le diede un calcio. Lei non si mosse, e i bambini scapparono. Lucia si sentiva quasi salva: ancora una volta i cattivi erano scappati perché lei era riuscita a nascondersi. Invece i bambini tornarono con le loro mamme. Le sentì parlare: è morta? No, non è morta, si è mossa. Magari è malata, infetterà i nostri bambini, è un pericolo per tutti. Buttiamola nel fiume … no seppelliamola  Finalmente Lucia capì. Se voleva aiuto doveva chiederlo. nascondersi poteva solo peggiorare le cose. E vide nella scortesia degli altri un barlume riflesso della sua stessa paura

  • Evidenziare il lieto fine

Così mormorò: ho solo fame. Fece un ultimo sforzo, e parlò più forte. Ho solo fame! Aiutatemi! Non trattatemi male. Ho tanta fame e tanta paura.

Una mamma la prese in braccio, la portò in casa, le diede da mangiare. E quando Lucia raccontò la sua storia, mandò a chiamare i suoi genitori.

Ti riportiamo a casa – le dissero mamma e papà quando arrivarono. Scapperai di nuovo?

No, sicuramente no. Ora ho capito che non tutto quello che a me sembrava cattiveria degli altri lo era davvero. Posso parlare con loro, chiedere spiegazioni, avvicinarmi e loro. E se sono davvero cattivi, posso imparare a difendermi.

Certo, quello che abbiamo presentato è quasi un gioco, ma non dimenticate il reale potere delle parole!

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